Sfida e opportunità degli investimenti sostenibili

Numerosi fattori di carattere ambientale, sociale, politico ed economico stanno spingendo le imprese ad adottare modelli di sviluppo sempre più sostenibili. La sostenibilità è un concetto complesso che è stato definito dalle Nazioni Unite nel 1987 come uno sviluppo che “soddisfa i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai propri”. Solo in Svizzera, secondo uno studio della Swiss Sustainable Finance, gli investimenti sostenibili ammontano a fine 2019 a 1’163 miliardi di franchi, con una crescita del 62 per cento rispetto all’anno precedente. Il 21 per cento di questi investimenti è detenuto da clienti privati che sempre più desiderano comprendere le conseguenze dei propri investimenti a livello ESG.

Ma che ruolo gioca la finanza all’interno di questo contesto?

Il Consiglio federale, nel suo rapporto sulla sostenibilità del 24 giugno 2020 “riconosce nella finanza sostenibile un fattore competitivo rilevante sulla via verso una crescita sostenibile”, auspicando che la piazza finanziaria svizzera assuma un ruolo di spicco a livello globale nell’offerta di servizi finanziari sostenibili. A tal fine il quadro regolamentare svizzero verrà ottimizzato dal punto di vista normativo, formativo e di sviluppi di marchi di sostenibilità.
Similmente, l’Associazione Svizzera dei Banchieri evidenzia nel documento di giugno 2020 il suo supporto agli sviluppi del sistema bancario in ambito di sostenibilità, ritenendo che i fornitori di servizi finanziari svolgano un ruolo chiave nella transizione verso un’economia e una società sostenibili. “La priorità in questo caso è quindi garantire che i flussi finanziari siano maggiormente orientati verso il raggiungimento di obiettivi internazionali di sostenibilità come quelli stabiliti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici o dall’Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo Sostenibile del 2030”. Appare quindi necessario il sostegno del sistema finanziario per accompagnare la transizione dell’economia e della società verso lo sviluppo sostenibile, riducendo quindi gradualmente il finanziamento di attività non sostenibili.
A livello internazionale, il regolamento europeo sulla tassonomia adottato a giungo 2020, che segue la Sustainable Finance Disclosure Regulation di dicembre 2019, prevede obblighi di informazione su aspetti di sostenibilità di prodotti finanziari a carico di gestori patrimoniali ed applicabili a chiunque offra prodotti finanziari in Europa. La complessità della tematica legata alla sostenibilità non deriva solo dalla possibile combinazione di diversi approcci di investimento, ma anche da un mercato estremamente frammentato dove ogni Paese tende a porre i propri standard. La complessità è alta anche a livello di metodologie di analisi e degli standard di reporting, con un conseguente effetto di confusione da parte degli attori finanziari e degli investitori.

Ma come raccogliere le aspettative dei clienti per quanto riguarda gli investimenti ESG e come garantire una scelta coerente?

Al fine di integrare i criteri ESG nel processo di consulenza per la clientela privata, la SwissBanking ha elaborato alcuni principi guida secondo i quali i fornitori di servizi finanziari dovranno garantire che i propri consulenti ottengano una formazione adeguata in merito alle caratteristiche intrinseche degli strumenti e dei servizi finanziari offerti anche in ambito ESG. In ogni caso, bisognerà informare i clienti in quale misura uno strumento o servizio finanziario tiene conto delle loro preferenze a livello di sostenibilità. Bisognerà inoltre analizzare i rischi e le opportunità associati ai prodotti e ai servizi ESG valutando anche l’impatto previsto, come ad esempio la relazione esistente tra un determinato strumento finanziario e le sfide legate al cambiamento climatico.
Grazie a dei consulenti formati adeguatamente, la transizione verso un sistema finanziario più sostenibile rappresenterà non solo una sfida, ma anche un’opportunità per il settore dei servizi finanziari.

Trustee, competenze e consapevolezza

La Legge Federale sugli istituti finanziari prevede alcune norme relative ai trustee, in linea con la logica dei più ampi scopi che reggono il dettato regolamentare nel suo complesso, fornendone anche una sorta di definizione: “Per trustee s’intende chiunque, in base all’atto che istituisce un trust ai sensi della Convenzione del 1° luglio 1985 relativa alla legge applicabile ai trust ed al loro riconoscimento, gestisce a titolo professionale un patrimonio distinto nell’interesse di un beneficiario o per un fine determinato oppure ne dispone”. Questo ritratto è comprensivo di qualche indicazione sull’attività, la quale viene precisata laddove si indica che: “Il trustee gestisce il patrimonio distinto, provvede a salvaguardarne il valore e lo utilizza conformemente alla sua destinazione”.

L’Ordinanza sugli Istituti finanziari aggiunge che i trustee devono agire con competenze tecniche nell’interesse dei beneficiari. Il professionista qualificato incaricato della gestione deve adempiere ai requisiti relativi alla formazione e all’esperienza professionale.

La richiesta di competenze tecniche non è casuale: l’esperienza insegna che, indipendentemente dalla specifica autorizzazione all’esercizio dell’attività, non è accettabile l’improvvisazione in questo settore e si richiede una formazione della durata di 40 ore, l’esperienza professionale di 5 anni e il mantenimento delle competenze acquisite tramite regolare aggiornamento.

Il CSVN, alla luce dell’esperienza pluriennale in questo ambito, organizza un corso, in fase di qualifica da parte di un Organismo di certificazione, per garantire l’adeguamento delle competenze, processo imprescindibile dall’acquisizione di conoscenze relative alla complessa attività del trustee.

Family Business per la PMI italiana

Per taluni potrebbe sembrare anacronistico in questo momento di «filtro pandemico» delle frontiere, con la conseguente tentazione di ripiegamento su se stessi in «ridotti nazionali» di triste ricordo, parlare di sviluppo di attività transfrontaliere. Ciononostante, aldilà di puntuali contingenze esterne, la forza delle dinamiche economiche e finanziarie, a termine, hanno da sempre trovato la via, a volte tortuosa, per superare le rigidità politico-regolamentari.
In questo ordine d’idee, l’ambito finanziario elvetico, nei suoi rapporti con il mondo in generale, e quello ticinese, nelle sue relazioni con la vicina Penisola, in particolare, stanno vivendo un paradosso. La volontà, o meglio la necessità, di vari Paesi, soprattutto quelli indebitati, di far rientrare nella loro orbita economica i patrimoni non dichiarati dei propri residenti attraverso la loro regolarizzazione fiscale, stimola il riavvicinamento della finanza all’economia.
Per il nostro Cantone, questo si traduce in una spinta nell’interazione fra il suo sistema bancario e parabancario con quello delle aziende del Nord Italia. Infatti, l’introduzione dello scambio automatico d’informazioni per quei patrimoni, e sono la maggior parte, che trovano soddisfazione, e soprattutto risposta, ai loro fabbisogni nella swissness, comporta (finalmente) poter integrare nella gestione anche le proprietà radicate nel territorio di loro provenienza: le aziende, in particolare quelle a controllo familiare.

Il significato? Il completamento del passaggio da una mera gestione finanziaria che ha fatto la fortuna del sistema (para)bancario del Canton Ticino, e non solo, a un vero wealth management, termine forse troppo utilizzato nel passato unicamente come evoluzione lessicale del classico private banking. Una svolta accompagnata da una sfida; quella che sta vivendo in questi ultimi anni la piazza ticinese, che da asettica offshore ritorna a intrecciarsi con le attività produttive attraverso le proprietà dei suoi clienti. La ricchezza della piazza finanziaria ticinese non è tanto il patrimonio di questi ultimi, bensì i loro bisogni. Quello che può sembrare un’ovvietà, in un momento di cambiamento epocale come quello attuale, diviene dunque un’opportunità.

In questa dimensione, in particolare alla famiglia imprenditrice italiana da tempo presente sulla piazza ticinese con il suo patrimonio, può essere proposta una gestione olistica, in una logica di family business, con l’integrazione delle proprietà aziendali come ulteriori asset, aumentando così la gestione in efficienza e in efficacia. Non solo; la caduta dello steccato fra ricchezza mobiliare e proprietà aziendali con la separazione fra le attività, per le prime (in Svizzera) e per le seconde (in Italia), permette lo sviluppo e l’offerta integrata di ulteriori servizi quali alcuni tra quelli accessori o quelli per l’internazionalizzazione delle imprese, oltre alla consulenza alla famiglia, come la gestione del patrimonio immobiliare o la pianificazione e l’ottimizzazione del passaggio generazionale.

L’insieme stimola, e richiede, la rivisitazione del modello di sviluppo della piazza finanziaria ticinese. Un cambiamento di approccio che consideri non solo il risultato finanziario delle attività, ma anche le modalità della loro generazione, grazie a prodotti e servizi innovativi, considerando anche le leve fornite dallo sviluppo tecnologico. Dinamica questa che interpella due dimensioni: quella del sistema nel suo complesso, con la stretta collaborazione fra attori in conglomerati finanziari e quella della formazione, che non deve avere come obiettivo unicamente l’acquisizione di nuove competenze, bensì lo stimolo alla riflessione e soprattutto al cambiamento della forma mentis, fondamentale in un momento di discontinuità, e di rivolgimento paradigmatico, come quello odierno.

A mo’ di conclusione, si addicono bene gli obiettivi del progetto in corso «La piazza finanziaria ticinese e l’economia del Nord Italia. Stimoli all’integrazione territoriale in ottica transfrontaliera» sviluppato nel quadro di Interreg dal Centro Studi Villa Negroni in collaborazione con l’Università dell’Insubria: stimolare il cambiamento di approccio, verificare nuove modalità operative, studiare prodotti e servizi innovativi, grazie anche a programmi formativi che preparano a nuove funzioni finanziarie, preludio all’introduzione di nuove figure professionali.

Nasce il registro svizzero dei consulenti finanziari

In generale, la consulenza in materia di investimenti comprende la prestazione di servizi di consulenza individuale ai clienti nei settori dell’investimento di denaro e di capitale, nonché la fornitura di consulenza e raccomandazioni correlate.
La consulenza in materia di investimenti, definita come “la fornitura di raccomandazioni personali sulle transazioni con strumenti finanziari” (Art. 3 lit. c n. 4) costituisce un servizio finanziario ed è pertanto coperta dalla nuova LSerFi. I consulenti alla clientela, per contro, sono persone fisiche che forniscono servizi finanziari in nome di fornitori di servizi finanziari o, in quanto fornitori di servizi finanziari (art. 3 lett. e LSerFi), entrano in contatto con un cliente e gli offrono un servizio finanziario specifico o lo eseguono (ad es. emettendo raccomandazioni di investimento individuali o gestendo un patrimonio).
Tuttavia, il consulente del cliente non si spinge fino al punto di decidere l’investimento, che è prerogativa della gestione patrimoniale. Egli consiglia, ma non decide.
Detto ciò, non tutti i consulenti alla clientela hanno l’obbligo di iscriversi nel registro dei consulenti alla clientela. Tale obbligo incombe sui consulenti che non sono assoggettati alla vigilanza della FINMA (art. 3 LFINMA) e non esercitano la loro attività per conto di una società assoggettata alla FINMA (art. 3 LFINMA).

L’obbligo di iscrizione può gravare anche sui consulenti alla clientela domiciliati all’estero che forniscono servizi finanziari in Svizzera. Cio’ accade quando il consulente non è assoggettato nel Paese estero ad una vigilanza prudenziale.
Diversamente, consulenti esteri che esercitano la loro attività in Svizzera solamente nei confronti di clienti professionali o istituzionali sono esonerati da tale obbligo di iscrizione al registro consulenti svizzero (art. 31 OSerFi).

In assenza di iscrizione, è importante notare che il consulente alla clientela non sarà autorizzato a proseguire la sua attività. L’iscrizione ad un registro consulenti autorizzato deve avvenire entro gennaio 2021. Conformemente all’art. 29 LSerFi, i consulenti alla clientela per poter essere iscritti nel registro consulenti devono:

1. dimostrare di avere conoscenze adeguate delle norme di comportamento della LSerFi cosi come conoscenze specialistiche necessarie per la loro attività;

2. avere stipulato un’assicurazione di responsabilità civile professionale o fornire garanzie finanziarie equivalenti;

3. essere affiliati ad un organo di mediazione;

4. non essere oggetto di una condanna penale secondo gli articoli 89–92 della LSerFi o secondo l’articolo 86 LSA o non essere iscritti nel casellario giudiziale per reati contro il patrimonio secondo gli articoli 137– 172ter del Codice penale;

5. non essere oggetto di divieto di esercizio dell’attività secondo l’articolo 33a LFINMA o di un divieto di esercizio della professione secondo l’articolo 33 LFINMA.

Il registro dei consulenti è pubblicamente accessibile e conterrà quindi almeno i dati principali sul consulente in materia di investimenti, inclusa la sua funzione e posizione, permettendo in ogni caso al singolo richiedente per iscritto di ricevere informazioni complete (piu’ dettagliate) circa l’operatore.

Per rispondere all’esigenza formativa, il CSVN organizza nel mese di Novembre-Dicembre 2020 il percorso formativo FIDLEG: CERTIFICAZIONE EPR FORNITORI DI SERVIZI FINANZIARI, iniziativa riconosciuta dal registro dei consulenti svizzero, è altresì idonea a riqualificare i consulenti alla clientela bancaria della Swiss Association for Quality (SAQ) con competenze sia tecniche che comportamentali (24 ore).

Il futuro della professione fiduciaria in Ticino: colloquio con Cristina Maderni, Presidentessa della Federazione Ticinese delle Associazioni di Fiduciari (FTAF)

La Legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciario (LFid) entra in vigore il 1° gennaio 1985 e vede successivamente un’importante revisione, in vigore dal luglio 2012, che rinforza i requisiti di autorizzazione all’esercizio dell’attività fiduciaria in Ticino.

Tale normativa individua e regolamenta l’attività di tre categorie di operatori fiduciari: i fiduciari finanziari, i fiduciari immobiliari ed i fiduciari commercialisti.

In tale contesto regolamentare si inserisce ora la nuova Legge sugli Istituti Finanziari (LIsFi) in vigore dal 1. gennaio 2020, che identifica e disciplina come istituti finanziari, tutti i fornitori di una qualsiasi attività di gestione patrimoniale: gestori patrimoniali, trustee, gestori di patrimoni collettivi, direzioni dei fondi e società di intermediazione mobiliare. Le banche continueranno ad essere regolate dalla legge sulle banche e le casse di risparmio (LBCR).

Essa introduce un requisito di autorizzazione da parte dell’Autorità Federale di Vigilanza sui Mercati Finanziari (FINMA), nonché di vigilanza prudenziale in capo a tali operatori finanziari, che sarà svolta da organismi di vigilanza creati ad hoc ed autorizzati dalla FINMA.

Quanto deciso a livello federale con la LIsFi ha un indubbio impatto a livello cantonale, in termini di modifiche del proprio corpus normativo per mantenere coerenza e conformità al diritto superiore. La LFid dovrà quindi escludere dai suoi destinatari la categoria del fiduciario finanziario, nonché incorporerà alcune modifiche puntuali, suggerite dall’autorità di vigilanza sull’esercizio delle professioni di fiduciario, di cui al messaggio del Dipartimento Cantonale delle Istituzioni, n. 7735 “Adeguamento della Legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciario alle Leggi federali sui servizi finanziari e sugli istituti finanziari” del 13 Novembre 2019.

In un contesto di tali cambiamenti per il settore, abbiamo chiesto alla Presidente della Federazione Ticinese della Associazioni di Fiduciari (FTAF), nonché Presidente dell’Ordine dei Commercialisti del Cantone Ticino (OCCT) Signora Cristina Maderni, la sua visione circa il futuro dell’attività fiduciaria in Ticino.

Signora Maderni, cosa ne pensa del nuovo scenario regolamentare per rapporto ai cambiamenti intervenuti nei confronti dei fiduciari immobiliari e commercialisti ticinesi?

“Come noto, la Legge sugli Istituti Finanziari (LisFi) è entrata in vigore a livello federale il 1° gennaio 2020, modificando la disciplina dell’attività dei gestori patrimoniali. Si è così venuta a determinare la necessità di aggiornare la normativa cantonale, che tramite LFid regolamenta le professioni di fiduciario fin dal 1985. L’importanza di LFid per i fiduciari commercialisti e immobiliari e per i loro clienti resta immutata. Saper garantire quelle caratteristiche di competenza, professionalità e trasparenza che hanno contribuito all’affermazione della nostra attività quale eccellenza del Cantone resta infatti strategico. LFid va dunque confermata e, dove necessario, aggiornata. Un processo legislativo ad oggi ancora in corso, che si dovrebbe concludere nei mesi autunnali con una delibera del Gran Consiglio.”

Uscendo i fiduciari finanziari dal raggio di regolamentazione della LFid, prevede delle modifiche nella frequenza e struttura della supervisione dell’autorità cantonale nei confronti dei fiduciari?

“Il lavoro dell’Autorità cantonale di sorveglianza è utile e apprezzato: i suoi frutti sono ben esemplificati nel Rendiconto annuale del Consiglio di Stato. Certo, l’attività di controllo si concentrerà su due sole categorie professionali e non più su tre, con conseguente migliore utilizzo delle risorse disponibili. Tengo però a sottolineare come il grande valore aggiunto di questa attività consista e continuerà a consistere nella lotta contro le attività abusive, là dove solitamente emergono i problemi. La sua portata va quindi oltre la vigilanza sui professionisti iscritti all’Albo.”

Tra le proposte di modifica al testo della LFid si annovera un’interpretazione più restrittiva della possibilità per il singolo fiduciario di essere responsabile di più strutture giuridiche. Potrebbe fornirci qualche informazione ulteriore al riguardo?

“Nella sostanza è già oggi così in conseguenza di un precedente aggiornamento della Legge (2009). Il principio di base è che ogni fiduciario può usare la propria patente per un’unica struttura. Esiste la possibilità di una deroga, condizionata però alla circostanza che le strutture siano di piccole dimensioni, abbiano la stessa sede e siano dello stesso proprietario: si viene quindi a ricondurre il tutto ad un’unica attività imprenditoriale. Come FTAF, ci siamo sempre battuti per il principio di restringere l’utilizzo della patente ad un’unica attività e quindi condividiamo l’impostazione della revisione LFid.”

Con riferimento alla formazione continua della professione fiduciaria la FTAF in collaborazione con il CSVN ha dato vita all’IFPF (Istituto della Formazione delle Professioni Fiduciarie) che offre eventi formativi per la professione di fiduciario, conferendo crediti formativi. Lei ritiene che, nel contesto dei cambiamenti regolamentari in corso, possa essere auspicabile l’introduzione dell’obbligatorietà della formazione continua?

“FTAF ritiene che il ricorso alla formazione continua costituisca un requisito irrinunciabile su cui basare il futuro del settore fiduciario. Di conseguenza, la Federazione si è fatta parte attiva nel sostenerne l’obbligatorietà nei confronti del Consiglio di Stato in sede di consultazione sul Messaggio, così come in sede delle audizioni commissionali. Ancora non sappiamo quale sarà il risultato finale su questo tema. Resta fermo l’impegno delle singole Associazioni che compongono FTAF a erogare formazione di qualità, rendendo di fatto la formazione un obbligo per i propri aderenti.”

Quali ulteriori evoluzioni prevede possano verificarsi all’interno della categoria dei fiduciari?

“Grazie a professionalità, imprenditorialità e capacità di adeguarsi al nuovo, il settore fiduciario ticinese ha dimostrato di saper affrontare e vincere le sfide. Ha potuto così superare la crisi del 2008; ha saputo adeguare i propri modelli organizzativi allo scambio automatico di informazioni e ai nuovi standard di compliance. Lo ha fatto aumentando il numero degli iscritti all’Albo e mantenendo stabile l’occupazione in tempi non facili, a sostegno dei propri collaboratori e delle loro famiglie. Le evoluzioni dell’era post pandemica deriveranno non tanto dalla regolamentazione del settore, quanto dalle modalità con cui sapremo adeguare i nostri modelli di business alle sfide che oggi si aprono all’economia ticinese: evitare un secondo lockdown, porre le condizioni per l’auspicata ripresa economica del 2021, partecipare al processo di trasformazione digitale del settore finanziario allargato. Per noi fiduciari ne consegue una costante ricerca di efficienza e di professionalità: di qui la conferma della valenza strategica dei nostri programmi di formazione continua.”

Il CSVN i propone dal 3 Settembre 2020 un percorso formativo di 36 ore completo e approfondito sugli argomenti di diritto elvetico che interessano maggiormente l’attività del fiduciario: “Il diritto nell’esercizio dell’attività fiduciaria in Svizzera”.

Il Risk Management ai tempi del Coronavirus

Nicola Carcano:

“L’aspetto più complesso, ma anche più stimolante, della gestione di un portafoglio, e in particolare delle attività rivolte a diversificarne i rischi, è la continua novità delle situazioni di mercato a cui si è sottoposti. Nessuna crisi si presenta uguale a quelle che l’hanno preceduta e tecniche di gestione che hanno funzionato bene in un caso possono non funzionare affatto in un altro caso.

La caduta verticale dei mercati fra il 19 febbraio e il 23 marzo del 2020 ha pochi precedenti non tanto per la sua entità quanto per la sua rapidità: in poco più di un mese siamo passati da livelli record ad un bear market piuttosto accentuato. Vale pertanto la pena di interrogarci su quali tecniche di diversificazione del rischio di portafoglio abbiano finora funzionato anche in circostanze così stressanti, sebbene la crisi legata al Coronavirus non sia ancora terminata e sia suscettibile di ulteriori sviluppi.

Le nostre considerazioni si basano sulla Figura 1, che illustra le performance ottenute dalle principali asset class fra il 19 febbraio e il 23 marzo del 2020. La prima considerazione da fare si riferisce alla più antica e classica delle strategie di diversificazione, ossia quella basata sulle obbligazioni governative: in un contesto di flight-to-quality ci si aspetta che la sicurezza offerta da governi solidi si traduca in performance positive che possano almeno parzialmente compensare le perdite degli investimenti azionari. I numeri riportati nella Figura 1 ci dicono che questo è effettivamente successo per le obbligazioni del Tesoro USA, ma non per quelle tedesche. La spiegazione di questa discrepanza pare chiara: la relativa normalizzazione dei tassi USA ha concesso alla FED un po’ di spazio di manovra per tagliare i tassi a breve e le aspettative dei tassi a lunga mentre ciò non è stato possibile per la BCE: il 23 marzo l’Euribor a 3 mesi era addirittura più alto rispetto al 19 febbraio. Ciò offre un ottimo esempio di come i più rodati approcci di diversificazione dei rischi smettano di funzionare in un prolungato contesto di tassi negativi. Diverso il caso dell’oro che, anche se nel periodo in esame è stato oggetto di alcune prese di beneficio, in realtà risulta tuttora uno dei migliori investimenti da inizio anno, mantenendo fede al suo carattere protettivo nei momenti di panico.

Figura 1

Una seconda osservazione collegata alla prima riguarda il cattivo risultato anche dei corporate bond di migliore qualità in Euro, che hanno perso l’8% nel periodo considerato. Come termine di confronto ricordo che indici simili avevano perso il 7% fra agosto e ottobre del 2008 in un contesto di totale collasso del sistema finanziario mondiale che aveva portato molte delle maggiori banche del pianeta in bancarotta o quasi (un fenomeno che finora non si è assolutamente prefigurato). Di nuovo, la responsabilità maggiore di questo cattivo risultato pare essere dei tassi d’interesse negativi o molto bassi: in passato la forza dei corporate bond era quella di essere degli investimenti “auto-proteggenti”, nel senso che il loro rendimento è la somma di due componenti – il tasso risk-free e lo spread di credito – che erano correlati negativamente. Questo implicava che quando lo spread saliva in momenti di mercato difficili il tasso risk-free scendeva e ciò stabilizzava rendimenti e prezzi. Ma quando i tassi risk-free non possono scendere il meccanismo non funziona più e queste obbligazioni scendono marcatamente.

Infine, si deve evidenziare la poca differenza di performance fra obbligazioni corporate a corto termine ed a medio-lungo termine. La Figura 1 evidenzia questo fenomeno per il segmento high-yield: le obbligazioni “Short Duration” hanno perso circa il 18% mentre quelle medio-lunghe il 22%. Ora, tenendo presente che le prime hanno una sensibilità al tasso di meno della metà delle seconde, ciò implica che il loro rendimento a scadenza è aumentato di quasi il doppio! Questo è un evento anomalo anche rispetto alle due più recenti ondate di panico del dicembre 2018 e del periodo fra la fine del 2015 e l’inizio del 2016; in entrambi i casi le obbligazioni “Short Duration” persero circa la metà di quelle a medio-lungo termine. Oggi il mercato vede rischi proprio nel breve termine, ossia nei mesi immediatamente successivi all’epidemia, il che può giustificare parzialmente questa anomalia. A mio parere però la dimensione raggiunta dagli spread di numerose obbligazioni di alta qualità e breve termine rivela piuttosto un venir meno della liquidità di mercato che ha spinto lo spread fra bid e ask a raggiungere livelli record. Un fenomeno simile si era verificato già durante la crisi del 2008-2009. Nel caso odierno esso è stato inizialmente esacerbato dall’emergenza sanitaria che ha limitato le possibili attività di molti operatori. Nelle ultime settimane però questo fenomeno pare essersi decisamente affievolito (mentre nel 2008-2009 fu visibile per diversi mesi).

Le più rilevanti conclusioni di questa breve analisi sono due. La prima di esse è che la attuale fase di trappola della liquidità e tassi negativi rende meno efficaci le tradizionali tecniche di diversificazione dei portafogli in Europa. Possibili contromisure a questo stato di cose sono il ricorso a investimenti in regioni che non si trovano in queste stesse condizioni economiche e/o l’uso di strumenti derivati di protezione dei portafogli. La seconda conclusione è che gli investitori obbligazionari si trovano ancora molto esposti ad un rischio che definiremmo di “valutazione”. Ricordo che un bond contenuto in un portafoglio o in un fondo viene valutato al bid. Facendo un’ipotesi un po’ paradossale a scopo illustrativo, supponiamo che lo spread fra bid e ask si allarghi molto, ma la media dei due non cambi. Le posizioni in questione (valutate al bid) esibiranno delle perdite anche se in realtà il loro valore economico (valutato al mid) non è mutato. Fino a che punto un gestore attento ai rischi di mercato deve preoccuparsi anche di questo tipo di rischio? La risposta a questa domanda è tutt’altro che banale e dipende dagli obiettivi prioritari del gestore; lascio pertanto questo interrogativo aperto alla riflessione dei lettori!”

Ma se è vero che nessuna crisi si presenta uguale a quelle che l’hanno preceduta, quali sono le fonti di possibili rischi per chi opera in ambito finanziario?

Helen Tschümpelin Moggi:

“Per chi opera in ambito finanziario non sono importanti soltanto i rischi di mercato o i rischi di credito, che possono essere quantificati in base ai dati storici e per questo vengono definiti anche “rischi noti” (known risks). Per le imprese in generale e quindi anche le istituzioni finanziarie sono rilevanti anche altre due categorie di rischio: i “rischi ignoti” (unknown risks) e i “rischi irriconoscibili” (unknowable risks).

I rischi ignoti sono quelli in cui è noto l’evento che potrebbe causare una perdita; nel caso di questa tipologia di rischio tuttavia non può essere stimata facilmente la probabilità che l’evento si verifichi. Esempi di rischi ignoti, che possono causare perdite di notevole entità, sono identificabili in molti rischi operativi come ad esempio la probabilità che un trader eluda i controlli ed i limiti fissati a livello di sistemi informatici oppure la probabilità di un esito sfavorevole di una causa legale importante. Il rischio di una pandemia, come quella attualmente in corso, può essere inclusa in questa categoria.

I rischi irriconoscibili sono quelli in cui non è noto neppure l’evento che potrebbe causare la perdita. Sono quelli che il noto matematico e saggista Nassim Nicholas Taleb chiama i “cigni neri”, eventi imprevedibili e inattesi che travolgono tutto e tutti, cambiando la storia. Quest’ultimi sono spesso i più insidiosi perché rappresentano una vera sorpresa e possono portare a perdite ingenti. Chi ad esempio avrebbe potuto prevedere l’invenzione di internet e l’impatto che avrebbe avuto su alcuni settori economici? Chi può prevedere le innovazioni che nei prossimi venti o trent’anni porteranno a grandi transizioni per l’umanità?”

Come si possono gestire i rischi ignoti e i rischi irriconoscibili?

Helen Tschümperlin Moggi:

“In generale si può dire che aiuta molto rimanere flessibili. La flessibilità aumenta con un grado di indebitamento e di costi fissi non troppo eccessivo. Anche una buona diversificazione, sia a livello di mercati che di prodotti, aiuta in questo senso. È importante avere una corretta “cultura del rischio” che non può essere delegata unicamente ad alcune figure specialistiche all’interno dell’azienda. Fondamentale è anche avere una visione complessiva dell’attività aziendale e cercare di ragionare al di fuori degli schemi per immaginare cosa non potrebbe andare per il verso giusto.”

In questo contesto e per fornire un concreto supporto soprattutto alle società di gestione patrimoniale della piazza, il Centro Studi Villa Negroni (CSVN) propone un percorso formativo rivolto primariamente a risk manager attivi nell’asset management nella gestione di fondi comuni d’investimento o nell’ambito di mandati conferiti da investitori terzi. Il percorso formativo “Risk Management nella gestione patrimoniale” (Figura 2) si compone di sei moduli, per un totale di 72 ore accademiche, frequentabili singolarmente. Il primo modulo “Statistica applicata alla finanza” si contraddistingue per una didattica blended learning. Moduli scelti sono riconosciuti quali formazioni accreditate da VSV / ASG.

Figura 2

Le società svizzere. La gestione dell’economia svizzera

(Pubbliredazionale Ticino Economico, Giugno, 2020)

Le società in Svizzera costituiscono una parte indispensabile del tessuto economico, attraverso il quale si sviluppano lavoro e investimenti. Il diritto svizzero conosce diverse tipologie di società, ciascuna con caratteristiche precise che variano dalla struttura ai vari ruoli e relative responsabilità, fino agli aspetti fiscali e contabili. 

L’ufficio federale di statistica, nell’ultimo rapporto disponibile, risalente al 2017,  fornisce dati interessanti riguardanti non le società in quanto tali ma, attraverso la statistica strutturale delle imprese “Statent”, si apprende che le imprese commerciali sono 606’090 (+ 0.7% rispetto al 2016), di cui la grande maggioranza (461’932) attive nel terziario; 588’623 sono piccole e medie imprese (società con meno di 250 dipendenti) e rappresentano più di due terzi di tutti i posti di lavoro in Svizzera. 

Si può dunque affermare che le grandi società svizzere siano certamente le più famose, ma il tessuto economico è costituito soprattutto da PMI. Esse presentano problematiche organizzative, gestionali e commerciali che, anziché essere gestite da specialisti per ogni singola funzione, spesso sono affrontate da poche persone con una pluralità di mansioni. 

Queste imprese, sovente, sono gestite dal loro fondatore, normalmente in età avanzata; caratteristica non secondaria per l’intermediario finanziario, il quale, grazie ad una conoscenza tecnico giuridica di queste realtà, è in grado di produrre consulenze costruttive anche in ambito successorio. 

In questi termini, emerge tutta l’importanza, per un consulente, di possedere conoscenze approfondite del mondo aziendale svizzero, che devono comprendere la conoscenza dei principi che reggono il diritto societario svizzero i quali, una volta acquisiti tramite una formazione adeguata, ne costituiscono un patrimonio indispensabile, allo scopo di fornire un servizio trasversale, completo e qualificato.

Inoltre la conoscenza della normativa, non solo garantisce una corretta amministrazione del veicolo societario, ma permette anche di sfruttare le possibilità previste dall’ordinamento, soprattutto quando ci si trova coinvolti in operazioni societarie straordinarie, come un risanamento, una riorganizzazione o la conclusione di un’alleanza strategica, sia nella forma della joint venture sia in quella della fusione.

Oltre alla fase di “piena vitalità”, una società potrebbe affrontare periodi difficili, come quello attuale, che possono portare a un ridimensionamento oppure anche al fallimento. Questa consapevolezza costituisce un momento delicato e, sicuramente, da saper gestire, per l’intermediario finanziario. Nel confrontarsi con una società in difficoltà finanziarie è senz’altro opportuno conoscere in anticipo le procedure esecutive, oltre che analizzare i dati che possono far dedurre il prossimo stato di difficoltà finanziaria, al fine di contenerne gli effetti. 

L’ultimo rapporto dell’Ufficio federale di statistica riporta che, nel 2019, sono state aperte 13’480 procedure di fallimento nei confronti di società e persone ai sensi della LEF, mentre le perdite finanziarie derivanti da procedure di liquidazione ordinarie e sommarie è stato di 2,3 miliardi di CHF.

Il Centro Studi Villa Negroni propone il Diploma di approfondimento “Le società in Svizzera: aspetti normativi, contabili e fiscali”, in cui vengono presentate le conoscenze indispensabili per il professionista con clientela aziendale che voglia fornire un servizio trasversale, completo e qualificato.