Economia digitale: un campanello d’allarme per gli assetti della fiscalità internazionale

“The digital transformation of the economy calls into question whether the international tax rules, which have largely been in place for most of the past 100 years, remain fit for purpose in the modern global economy. …” (“Tax and digitalisation”, Policy Note, Session 7A“Taxation in the digital age”, svolta in occasione dell’ OECD Going Digital Summit, 11 e 12 marzo 2019).

Le modifiche fiscali che dovranno essere implementate quali conseguenze della digitalizzazione dell’economia rappresentano uno degli ambiti su cui si focalizzerà maggiormente l’attenzione delle politiche fiscali a livello mondiale, comportando la definizione di nuovi assetti della fiscalità internazionale, così come affermato nel passaggio del sopracitato documento, dove si specifica che “Digitalisation has a wide range of implications for taxation, impacting tax policy and tax administration at both the domestic and international level, offering new tools and introducing new challenges. As a result, the tax policy implications of digitalisation have been at the centre of the recent global debate over whether or not the international tax rules continue to be “fit for purpose” in an increasingly changing environment”.

Il processo di trasformazione digitale non solo del business, bensì anche della nostra vita sociale rispetto alla quale un sicuro effetto lo sta producendo anche il dramma che stiamo vivendo in questi giorni a causa della pandemia di COVID – 19, con l’importante ricorso (e, in alcuni casi, la “scoperta”) alle tecnologie informatiche di massa, pilastro dell’economia digitale, accelera il fenomeno della globalizzazione, concetto probabilmente da reinterpretare, dell’internazionalizzazione del business, delle transazioni e della mobilità di persone e capitali.

Da un punto di vista squisitamente fiscale, la problematica dell’imposizione delle imprese digitali sta occupando i dibattiti a livello di OCSE, G20 e Unione Europea da diversi anni. La difficoltà di addivenire a una soluzione comune e condivisa non è, evidentemente, solo di carattere concettuale o scientifica.

Cosa si intende per “impresa digitale”? non solo le Big Tech. Tecnicamente potrebbe trattarsi anche semplicemente di un’impresa che ha un sito web, la quale assume una dimensione “globale” nel momento in cui lo sviluppo digitale le permette di vendere in mercati diversi da quello in cui ha la sede. Da un punto di vista fiscale, si tratta di un’impresa che opera come soggetto non residente secondo i classici criteri con cui viene determinata la residenza fiscale in un Paese, ponendo in essere attività non rispondenti ai requisiti affinché possa essere riconosciuta la sussistenza di una stabile organizzazione trasferendo, così, i guadagni in giurisdizioni dove i regimi fiscali sono meno onerosi.

Un altro aspetto cruciale è rappresentato dal fatto che l’attività dell’impresa digitale è perlopiù riconducibile a beni immateriali, i cd. intangibles, i quali, per loro natura, sono mobili.

La dematerializzazione dell’industria digitale permette, quindi, di evitare la “presenza” tale da comportare un assoggettamento ad imposizione nel Paese in cui l’impresa stessa è attiva: la suddivisione delle funzioni, degli assets e dei rischi in più giurisdizioni ne rappresentano la causa e la giustificazione, accentuando quelle caratteristiche di “divisione” che già si erano manifestate con l’internazionalizzazione del lavoro.

Si percepisce ancor di più l’importanza economica che riveste tale problematica se si pensa al fatto che gli intangibles, i dati e il loro uso massivo in primis (comportando radicali cambiamenti nel modo di produrre oggetti e materiali, analizzare fenomeni e offrire servizi), sono, oggi, dei veri e propri assets strategici, altamente remunerativi.

Secondo alcuni dati della Commissione Europea, negli ultimi anni la crescita media annua dei ricavi delle principali imprese digitali è stata del 14% circa; del 3% per le società del settore informatico e delle telecomunicazioni e dello 0,2% per le altre multinazionali. Quasi un terzo dell’aumento della produzione industriale complessiva nel continente europeo è imputabile alla diffusione delle tecnologie digitali.

Le iniziative dell’OCSE sono culminate in una proposta, del mese di ottobre 2019, aventi lo scopo di promuovere il negoziato sulla tassazione delle multinazionali, in particolare quelle che operano nel settore digitale, il cui obiettivo è stabilire la tassazione di tali imprese nelle giurisdizioni in cui svolgono attività significative rispetto ai consumatori e in cui, pertanto, generano profitti.

Le iniziative dell’UE si sono, per il momento, realizzate nella proposta di due Direttive, una che prevede una normativa affinché gli utili vengano tassati dove le imprese hanno una forte interazione con gli utenti attraverso canali digitali; l’altra relativa a un sistema comune d’imposta (temporaneo, finché non viene attuata una soluzione strutturale a lungo termine) sui servizi digitali applicabile ai ricavi derivanti dalla fornitura di alcuni di essi.

Le iniziative sin qui accennate sono attualmente oggetto di discussioni e negoziati.

Sembra tuttavia certo che, se non si superano i tradizionali concetti, strumenti e criteri sui quali si è sviluppato, molto velocemente, il diritto tributario internazionale, difficilmente si perverrà a una soluzione condivisa. Per questa ragione, nei prossimi anni si delineeranno nuovi assetti di fiscalità internazionale, i quali, a loro volta, modificheranno le linee di business a livello globale.

Per comprendere i fenomeni che stanno alla base di questi cambiamenti, il CSVN propone il percorso “Tax Compliance Internazionale”, giunto alla settima edizione e puntualmente aggiornato alla luce delle più recenti modifiche che intervengono in modo incalzante e continuativo.

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